Il Film:”The story of G.I. Joe”

 G.I. Joe è un personaggio dei cartoni animati e fumetti americano, di cui laHasbro realizzò negli anni ’60 una linea di action figure. I pupazzi di G.I. Joe ebbero un enorme successo commerciale, e furono di ispirazione per una serie di giocattoli dello stesso genere, fra cui Big Jim. In seguito, “G.I. Joe” venne a indicare l’intera linea di prodotti, che comprendeva numerosi personaggi oltre a quello originale.

Le origini

Il personaggio di G.I. Joe fu creato da David Breger come protagonista di una striscia a fumetti destinata alle riviste dell’esercito americano durante laSeconda Guerra Mondiale. La sigla “G.I.” sta per government issue, espressione che nel gergo militare statunitense si riferisce a un soldato difanteria. Il fumetto debuttò il 17 giugno 1942 nelle riviste YANK e Stars and Stripes. Nel 1945, la United Artists realizzò un film intitolato The Story of G.I. Joe,

 che in Italia uscirà con il titolo:

 

I forzati della gloria

La pellicola venne distribuita anche in Germania, ma i tedeschi trovarono un titolo più attinente:

“Schlachtgewitter am Monte Cassino”.

I FORZATI DELLA GLORIA

 (The story of G.I. Joe, USA 1945)

 Trailer del film

Tratto da: I FORZATI DELLA GLORIA DI PIERO FIORILI

Regia: WILLIAM A. WELLMAN
Assistente alla regia: ROBERT ALDRICH
Soggetto tratto dalle cronache dal fronte di Ernie Pyle
Sceneggiatura: Leopold Atlas, Guy Endore, Philip Stevenson;
Fotografia: Russell Metty; Montaggio: Otho Lovering, Albrecht Joseph;
Musica: Ann Ronell, Louis Applebaum
Cast: BURGESS MEREDITH (Ernie Pyle),ROBERT MITCHUM (ten. Walker), FREDDIE STEELE (serg. Warnicki), WALLY CASSELL (soldato Dondaro), JIMMY LLOYD (soldato Spencer), JACK REILLY (soldato Murphy), BILL MURPHY (soldato Mew), TITO RENALDO (Lopez), WILLIAM SELF (Henderson), e altri attori non professionisti, autentici veterani della campagna d’Italia.
Prodotto da Lester Cowan per la United Artists (B/N, durata 109′)

Novembre 1942. Ernie Pyle, un giornalista diventato corrispondente di guerra, si aggrega alla Compagnia C del 18° Fanteria pochi giorni prima che le reclute ricevano l’ordine di recarsi al fronte, in Nord Africa. Il battesimo del fuoco è un’esperienza terribile e devastante per quei ragazzi inesperti, che trovano però nel tenente Walker, di poco più anziano di loro, una figura paterna e protettiva. Dopo l’operazione Torch nordafricana, Pyle lascia la compagnia per recarsi su altri fronti, ma la ritrova poi in Italia, sul finire del 1943. Ci sono alcune facce nuove, altre mancano all’appello, ma ciò che colpisce Pyle è l’aspetto indurito e provato di quei ragazzi, che sembrano aver perso per sempre quell’innocenza che, all’inizio, li aveva fatti trepidare per la sorte del loro cagnolino-mascotte.
Walker, taciturno e pensoso, è stato promosso capitano. Il sergente Warnicki, il classico “duro” che pungola e rimprovera i suoi uomini, ha ricevuto da casa un disco con incisa la voce del figlio, e cerca disperatamente un grammofono funzionante. Il soldato Murphy ha una love-story con un’infermiera dell’esercito, e smania per sposarla. Il soldato Dondaro, di origini italiane, ha smesso di fare lo spaccone e si guarda intorno, smarrito, tra le macerie di un Paese che aveva immaginato come una specie di Eden.
Siamo nei pressi della Linea Gustav. La Compagnia “C” espugna una cittadina tenuta dai tedeschi, ma poi deve snidare i temibili cecchini che si sono arrampicati sul campanile della chiesa. Intanto il sergente si aggira tra le macerie, trova finalmente un grammofono, ma è privo di puntina. Murphy convince il parroco a celebrare il proprio matrimonio nella chiesa semidiroccata, e Pyle si presta a fare “il padre della sposa”. La tregua dura poco, la Compagnia deve riprendere la marcia, ma ne viene impedita da una forte postazione tedesca, arroccata in un convento in cima a una collina. Il capitano Walker le prova tutte, cercando di evitare un assalto frontale, che significherebbe una micidiale falcidia tra i suoi uomini. Nulla da fare, il convento sembra inespugnabile. Il novello sposo è uno dei primi a morire, e quella sera stessa, Pyle scrive un articolo commovente, che inizia così: «Era soltanto un bravo ragazzo dell’Indiana. Non si sarebbe mai potuto immaginare che potesse uccidere qualcuno..». Intanto il sergente Warnicki è riuscito ad ascoltare la voce del figlio, ma è preso da una crisi isterica durante uno scontro col nemico, e deve essere immobilizzato. Il capitano Walker non può più rimandare la carta disperata dell’assalto frontale, e guida personalmente ciò che resta dei suoi uomini all’attacco.
La postazione tedesca è infine zittita, la strada per Roma è ora aperta. Seduto al ciglio della strada, tra i sopravvissuti esausti e in preda allo choc, Pyle vede scendere un mesto corteo, che porta giù i caduti. Tra essi c’è Walker, caricato su un mulo. Uno dei soldati, che il capitano aveva punito per negligenza, piange ora disperato sul cadavere, tenendolo per mano. Ciò che resta della Compagnia “C” porge un silenzioso e commosso omaggio al proprio “padre”.

ERNIE PYLE

Ernie Pyle è stato il più famoso e il più amato dei corrispondenti di guerra americani. Dai suoi toccanti reportage è tratto questo film, che non poteva essere altro che aneddotico: non viene descritta “la campagna d’Italia”, in realtà le vicende e i caratteri sono adattabili a tutti i fronti, e questa universalità è la vera forza del film.
All’inizio del 1945 Pyle ricevette un premio Pulitzer per l’articolo sulla tragica sorte del soldato Murphy, e l’ufficio di propaganda bellica di Hollywood mise immediatamente in cantiere questo film, girato nei primi mesi dello stesso anno, ma che il giornalista non vide mai, perché rimase ucciso a Okinawa il 17 aprile 1945.
Per la parte di Pyle fu scelto l’attore Burgess Meredith, che all’epoca era un simbolo dell’onestà e integrità morale dell’americano medio, “il ragazzo della porta accanto”, se non addirittura “Johnny Appleseed”. Nel poster originale del film appare soltanto il suo nome, tutti gli altri attori erano più o meno degli sconosciuti, compreso Robert Mitchum. Ma fu il capitano Walker interpretato da Mitchum a incantare le platee, così serio, malinconico, e tuttavia affettuoso e protettivo; e con gli occhi che trasmettevano un senso di disperata impotenza di fronte alla tragedia di tante vite spezzate.

Il successo del film, di critica come di pubblico, fu immediato. Ricevette le lodi della Commissione del Pentagono, e personalmente del generale Eisenhower. Ciò che più conta, influì decisamente sull’evoluzione del film bellico, a iniziare dal regista William Wellman, che inizialmente non voleva dirigerlo perché, diceva, egli era stato un aviatore e non conosceva (né apprezzava) l’oscuro sacrificio di sudore e fatica che rappresentava il “carattere” della Fanteria. Tuttavia seppe rappresentare l’oscuro e anonimo fante, «che vive così miserabilmente e muore così miserabilmente», in modo talmente efficace e veritiero, che volle ripetersi qualche anno più tardi in un altro indimenticabile capolavoro sulla Fanteria, Battleground! (Bastogne, 1949). 

Una delle trappole più evidenti che un film così doveva evitare, era il facile sentimentalismo che si può ottenere da situazioni e personaggi stereotipati: a giudizio dei critici Wellman vi riuscì perfettamente, con un impianto drammatico costantemente sottotono, che dava la sensazione – assai rara per il cinema bellico dell’epoca – di assistere a un documentario. Lo scrittore e sceneggiatore James Agee ebbe a scrivere, dopo la “prima” del film, «Molte cose di questo film mi commuovono, eppure nessuna di queste mi fa avvertire quella sensazione di essere stato cinicamente ingannato e turlupinato, che di solito provo al cinema.» Elogiò senza riserve il film come «una tragica ed eterna opera d’arte», e ne apprezzò «l’abilità di costruire un lungo e impercettibile castello di crescente purezza e intensità ».
Da parte sua, Samuel Fuller, che a sua volta lasciò un’impronta personalissima sui film di genere, compreso quello bellico (basti ricordare Il grande Uno Rosso), dichiarò in seguito che «a parte The Story of G.I. Joe di Wellman, che ha capito cosa siano effettivamente la morte e la carneficina, tutti i film di guerra sono piuttosto ingenui e completamente falsi.»
Quella di Fuller è una boutade, tra i film di guerra “falsi” (anche se tutt’altro che ingenui) ci sono anche i suoi, a ben vedere, ma è indubbio che I forzati della gloria rappresentò una svolta importante nella rappresentazione filmica della guerra, e se ciò fu riconosciuto immediatamente dopo l’uscita del film, è sconsolante constatare come quest’opera sia stata inspiegabilmente rimossa dalla memoria storica del cinema..

Il film ebbe quattro nomination all’Oscar: per la sceneggiatura, per la musica, per la canzone originale (Linda, di Ann Ronell), e per l’attore non protagonista, Robert Mitchum. Nessuno di questi ricevette il premio, ma per Mitchum restò l’unica nomination della sua lunga carriera!
Però il successo personale conseguito lanciò l’attore verso ruoli sempre più importanti, che fecero di lui una della più grandi star di Hollywood. Curiosamente, Mitchum fu chiamato alle armi mentre lavorava a questo film, e ottenne una serie di rinvii per poterlo completare. Una volta arruolato, gli fu concesso di presenziare alle “prime” di G.I. Joe nel quadro delle public relations dell’esercito, che trovava assai positivo il suo personaggio. Certamente Mitchum era più positivo per l’esercito come attore che come soldato, perché ebbe una ferma assai burrascosa e costellata di insubordinazioni: fu degradato due volte da sergente a soldato semplice. Col suo solito humour, disse in un’intervista che odiava talmente la vita militare che «quando mi trascinarono via, mi rimasero pezzi della veranda di casa sotto le unghie con cui mi ero attaccato».

Antologia della critica

Norman Kagan (in: I film di guerra / Storia illustrata del cinema)
I forzati della gloria, uscito dalla penna del giornalista Ernie Pyle, diretto da William Wellman, è lo studio in stile documentario di un battaglione di fanti esausti, sporchi e logori. I personaggi all’inizio sembrano degli stereotipi, ma mano a mano che il film procede ci fanno capire quanto esasperante, delirante, sia l’atmosfera della battaglia. La critica notò come il capitano (Robert Mitchum) diventi poco a poco una figura di primo piano, e come la sua morte rappresenti una terribile tragedia per tutti.
Le sequenze d’azione sono in perfetta sintonia con il resto della pellicola e raggiungono la massima intensità quando gli uomini, ormai ai limiti delle forze, rendono un accorato omaggio al loro capitano ucciso.

John Belton (in: ROBERT MITCHUM / Storia illustrata del cinema)
Il film è un’apologia, ma condotta in tono sommesso, senza enfasi, del soldato semplice. Riesce ad esprimere il senso della routine giornaliera dell’esercito: salire e scendere dai camion, attraversare i fiumi, marciare sotto la pioggia, combattere nemici invisibili dentro chiese demolite. L’atteggiamento populista di Wellman nei confronti dell’individuo comune e quello umanistico di Pyle nei confronti della guerra si combinarono in una visione realistica e tuttavia poetica dell’attività poco eroica e poco gloriosa della fanteria in periodo bellico.

(Giudizio critico dell’enciclopedia Il Cinema, edita da De Agostini)
Può darsi che gli spettatori di oggi si sentano un po’ meno entusiasti di Agee e di Fuller. Il Vietnam ha messo in luce uno degli aspetti meno dibattuti della guerra: non tutti gli ufficiali brillano per attitudine al comando, e i loro stanchi e impauriti subalterni possono tanto obbedire quanto sparare loro addosso. I forzati della gloria parte tuttavia dal presupposto che il tenente Walker sia un abile e scrupoloso ufficiale a cui sta a cuore soprattutto l’incolumità dei propri uomini, presupposto che lo svolgimento dell’azione dimostra in modo convincente, tanto che al momento della morte del tenente non si può fare a meno di provare una sincera commozione.
Per dare ad Agee ciò che è di Agee, bisogna ammettere che tra tutti i film di guerra di Hollywood, gonfi di eroismo e di retorica patriottica, I forzati della gloria costituisce un’eccezione poiché mostra la guerra dal punto di vista di un umile soldato, per il quale essa non è altro che un incomprensibile susseguirsi di fango, di confusione e di fatica, un calvario in cima al quale molto probabilmente lo attende una croce di Iegno. Come diceva Fuller, il film ci fa comprendere con straordinaria immediatezza che cosa sia veramente la morte e risulta molto più efficace di tutta la retorica pacifista di All’ovest niente di nuovo (All Quiet on the Western Front, 1930), dove gli orrori della guerra sono sempre soltanto intravisti.

Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film)
Per sobrietà, nitore di scrittura registica, quasi documentaristica, e rifiuto della retorica a livello di sceneggiatura, è uno dei migliori film sulla seconda guerra mondiale, usciti a ridosso della guerra stessa, e un commosso e sommesso omaggio alla fanteria. I personaggi sono all’inizio stereotipati, ma a poco a poco emergono come figure drammatiche: l’estremo saluto dei soldati esausti al comandante del reparto (R. Mitchum) morto ne è la testimonianza più forte.

Mario Guidorizzi (in: Hollywood 1930/59)
Ottimo stile documentaristico, un po’ inquinato dall’uso degli interni, che descrive con molto realismo la guerra e fa conoscere da vicino un grande personaggio poi caduto ad Okinawa.

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